Riflessione di Aldo Moro

Un’Europa a due velocità?

Considerazioni sulla battuta d’arresto subita dal processo di unificazione europea, per effetto del rinvio delle elezioni del Parlamento europeo.

“Il Giorno”, 24 dicembre 1977

Cattive notizie, dunque, per l’Europa. Benché il dibattito in corso sulla situazione italiana abbia limitato la risonanza della decisione britannica, relativamente alle elezioni del Parlamento europeo, non è sfuggito certamente che un evento importante, lungamente atteso ed apparso, infine, sicuro ed imminente, stava per uscire dall’attualità politica, per ridiventare in qualche modo una speranza per il domani.

Sul piano formale non è detta l’ultima parola, ma sembra difficile ormai che le cose possano evolvere in modo positivo. Si tratta di un rinvio forse non breve. Si placheranno quindi, nell’immediato, le dispute sui sistemi elettorali e si allontanerà la prospettiva di un processo unitario finalmente presidiato da una manifestazione di volontà popolare, anche se con sbocchi ancora limitati dalla competenza dei Governi nazionali.

Noi abbiamo esaltato, a suo tempo, la decisione di procedere all’elezione diretta, presa non senza fatica, nel corso di numerosi Consigli europei, uno dei quali, proprio per deliberare sul principio e sulla data, tenuto a Roma. Noi abbiamo per primi ratificato la risoluzione. Noi abbiamo fatto dell’unità europea un cardine della nostra politica. La nostra delusione è perciò grande. Bisognerà ricominciare a premere, perché un fatto, malgrado tutto, così significativo, mai escluso in linea di principio, ma sempre in concreto impedito, si collochi, finalmente, tra i pochi elementi dinamici di una situazione altrimenti, in certa misura, stagnante. Converrà fare però, a questo punto, alcune considerazioni.

E giusto rilevare che l’ostacolo, il quale sbarra il nostro cammino, proviene dalla Gran Bretagna, da tempo la più tiepida, la più problematica, la più incerta su ogni sviluppo dell’entità europea ed in particolare su questo. È onesto però rilevare l’intrico delle difficoltà nelle quali il Governo britannico si dibatte. Ed è onesto altresì riconoscere che una consultazione elettorale generale correlata a tematiche europee, ancora d’incerti contorni, invece che a tematiche nazionali, crea problemi per tutti, soprattutto in presenza di difficili sviluppi politici, tuttora in corso quasi ovunque.

Insomma una mobilitazione popolare per l’Europa sembra meno agevole da realizzare che non per obiettivi e problemi degli Stati nazionali ed invece il suo risultato non potrebbe non essere influente su situazioni, nel contesto europeo, caratterizzate dal confronto tra schieramenti distanti l’uno dall’altro, per lievi margini, da scadenze elettorali vicine, certe o probabili, dalla proposizione di novità politiche di vasta portata.

Segni incoraggianti vi sono per quanto riguarda l’economia della Gran Bretagna, ma non si può dimenticare che in quel Paese un classico sistema maggioritario, che di regola almeno assicura stabilità politica, da qualche tempo sembra incapace di ottenere questo risultato sino al punto che si deve far ricorso ad una coalizione, sia pure dato che suole contrassegnare, non senza critiche e polemiche, l’opposto sistema proporzionale. Converrà comunque tener presenti, al di là dell’argomento che oggi ci occupa, questi elementi che sono espressione, in una esperienza abbastanza vasta, di un momento critico che avremmo torto a sottovalutare.

Questa riflessione mi serve per dire che queste elezioni avrebbero certo creato, a più d’uno, problemi sul fronte interno, aggiungendo peraltro che nessuno di noi avrebbe, per questo, pensato e, vorrei dire, osato di dilazionare ancora, di far pesare sulla sorte dell’Europa anche rispettabili difficoltà delle politiche nazionali. E forse questa nostra determinazione esprime la consapevolezza, che, se pure costa qualche cosa fare avanzare l’unità europea, se ne è poi ripagati per la possibilità di affrontare su un più solido terreno quei problemi di schieramento e di rapporti sociali che hanno agitato la scena europea. Io sono convinto infatti che Germania, Italia e altri Paesi, e finanche la Francia, benché fortemente toccata dal fatto elettorale, non avrebbero interrotto il corso di una urgente democratizzazione dell’Europa comunitaria.

Chi ha invece bloccato questo sforzo diretto a superare il punto d’inerzia è stata la Gran Bretagna, che noi abbiamo inseguito per anni, ritenendola un coefficiente essenziale ed un indispensabile fattore di equilibrio del contesto europeo. Abbiamo fatto fronte comune contro il veto della Francia e disatteso la valutazione del Presidente De Gaulle che anche a me, in occasione del vertice di Roma, confermava pacatamente, pur con espressioni di stima ed amicizia verso la Gran Bretagna, che essa non era omogenea con l’Europa esistente, la quale aveva nei suoi più ristretti confini la capacità di muovere più rapida verso sbocchi unitari. Si può osservare che non mancò al generale ed in qualche misura ai suoi successori notevole prudenza sulla via del processo d’integrazione. Ma non si può neppure negare che la rimozione di questo ostacolo, certo per tutti noi assai laboriosa, ci ha riservato qualche sorpresa e qualche delusione, come quella (ma non è la sola) che stiamo vivendo. Certo non abbiamo mai ignorato che prendere la via dell’allargamento, di uno sviluppo cioè in orizzontale e non in profondità, comportava un rischio di rallentamento e, per così dire, di un minore spessore della costruzione europea.

Questa più limitata concentrazione è conseguenza, tra l’altro, di un’estensione che può essere giustificata o richiesta, come sta avvenendo, da considerazioni di ordine politico generale. Ma bisogna pur dire che, per quanto riguarda la Gran Bretagna, c’è un’onesta riluttanza dell’opinione pubblica, una forte incomprensione, soprattutto nel Partito Laburista, del fatto europeo, almeno così come noi lo immaginiamo e lo presentiamo, una chiusura insulare che sembra difficile rettificare, almeno nei tempi brevi. Ed è in questo insieme psicologico e politico che matura la reazione ad un fatto, come le elezioni, certo limitato, ma che s’intuisce carico di significato politico.

A questo punto non è però il caso di domandarsi se una Comunità a sei sarebbe andata avanti, pur con la sua vistosa lacuna, più veloce e più sicura. La storia non si fa ripercorrendo a ritroso il cammino alla ricerca di una ormai intempestiva, e comunque problematica, opzione. Dobbiamo invece guardare avanti, evitando le polemiche improduttive e le proposizioni troppo ardite per avere successo. Per quanto sia sensibile, e soprattutto per l’Italia, il danno che si subisce per il ritardo, mi pare difficile immaginare che gli altri Paesi vadano per la loro strada, sebbene questa ipotesi sia stata prospettata a suo tempo dallo stesso Governo inglese. Ragioni interne ed internazionali lo sconsigliano, anche se appare suggestiva l’ipotesi, avanzata da Sergio Fenoaltea, di un’Europa a due velocità, ma senza alcuna preclusione.

E però questa iniziativa comune dei Paesi più pronti alla integrazione davvero realizzabile? E non rischierebbe di evocare la prospettiva di un’Europa con due gradi di sviluppo economico e con due livelli di funzione e di responsabilità? Basti questo accenno a giustificazione della prudenza. Tutto ciò dev’essere oggetto di attenta meditazione. Il che nulla toglie all’impegno ed alla passione che sapendo quanto duri siano gli ostacoli, bisognerà profondere ancora una volta con inesauribile pazienza, per recuperare quanto è stato perduto e procedere verso obiettivi di graduale attuazione di una unità, che a taluni pare in anticipo, ma che rischia in realtà di essere in ritardo sui tempi.

ALDO MORO